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Banche, come districarsi tra bail-in e burden sharing

Sapppiamo che il settore bancario è talmente delicato e cruciale per l’intera economia da aver bisogno di regole specifiche di garanzia per i risparmiatori, prima che per gli investitori. Abbiamo forse capito che le regole europee sono cambiate e che dallo scorso anno i primi passi dell’Unione bancaria a livello Ue impediscono i tradizionali salvataggi pubblici che in passato hanno evitato drammatici fallimenti di istituti di credito, pagati alla fine dal contribuente più che dai reali responsabili delle cattive amministrazioni. Lo abbiamo compreso con il caso del Monte dei Paschi di Siena, che ha dovuto far ricorso a un elaborato piano di ristrutturazione che evitasse il salvataggio basato unicamente sul ricorso alle casse statali (il cosiddetto bail-out).

Proprio in questi giorni ha ricevuto il via libera della Commissione Ue il piano che prevede un parziale intervento pubblico: a pagare il grosso sono gli azionisti e gli obbligazionisti non privilegiati (i possessori dei bond subordinati). Gli obbligazionisti che sono stati raggirati, nel senso che non erano stati avvisati di essere in una condizione critica saranno rimborsati con azioni. Rimangono invece salvi tutti i depositanti, anche quelli al di sopra dei 100mila euro, proprio in considerazione dell’esigenza di salvaguardare i risparmiatori. Nel caso di Mps si è trattato di una soluzione più mitigata rispetto al bail-in: è stato infatti adottato il “burden-sharing”, la condivisione dei costi in vista di una ricapitalizzazione precauzionale, costi che vengono spalmati solo su azionisti e creditori non privilegiati, prima di eventuali finanziamenti pubblici. I quali rimangono subordinati in ogni caso alla ristrutturazione della banca e al via libera delle autorità di vigilianza che garantisca la solvibilità della banca stessa, cioé la sua capacità di rispettare i parametri fondamentali garantendone la possibilità di rimborsare i propri clienti.

Il bail-in previsto dalle nuove direttive sulle crisi bancarie è invece più duro: oltre ad azionisti e obbligazionisti non garantiti, ma anche degli altri obbligazionisti e dei depositi oltre i 100mila euro. Infatti è la soluzione che finora è stata evitata da tutti, perché senzaltro la più dolorosa. Anche la Spagna con il blitz per il salvataggio del Banco Popular ha evitato soluzioni traumatiche, optando per il burden sharing grazie all’intervento di un’altra banca, il Santander, che evita qualsiasi coinvolgimento statale in successive ricapitalizzazioni. Anche i depositanti e gli obbligazionisti garantiti tirano uhn sospiro di sollievo, mentre a farne le spese sono “solo” azionisti e obbligazionisti non garantiti. Di fatto il colosso bancario spagnolo interviene comprando il Banco Popular per una cifra simbolica – un euro – con l’annullamento delle azioni e delle obbligazioni subordinate. E l’impegno a mettere sul piatto sette miliardi di euro per un aumento per ricostituire il capitale sociale. Insomma un’operazione di carattere sistemico che evita guai peggiori e rischi di contagio nell’economia spagnola. E anche esborsi a carico del contribuente.

Una via che potrebbe essere adottata anche in Italia, visto che ci si trova alle prese con il salvataggio  di due ex popolari venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca? In teoria sarebbe l’ideale, ma è più facile a dirsi che a farsi… In Italia non sembra esserci un istituto disposto a sobbarcarsi l’acquisizione con un esborso che si aggira sui dieci miliardi. Ma non è escluso che la via aperta dalle banche spagnole possa aiutare anche l’Italia a far passare in sede europea un intervento di sistema con l’intervento di privati.