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Wall Street oltre 20mila. Ma allora Trump fa bene all’economia?

A mangiarsi le mani sarà George Soros. L’investitore che 25 anni fa aveva fatto uscire la lira e la sterlina dallo Sme questa volta aveva deciso di puntare tutto contro Trump: non solo ha lautamente finanziato la sua rivale Hillary Clinton, ma in seguito ha proseguito scommettendo sul fatto che il magnate diventato presidente avrebbe provocato disastri in economia. Ha quindi giocato al ribasso. Ma per il momento non ne ha azzeccata una e finora ha accumulato perdite sugli investimenti che arrivano alla bella somma di un miliardo di dollari. Proprio oggi Wall Street ha superato la quota di 20mila punti dell’indice Dow Jones, una soglia mai toccata e che rende l’idea di un mercato che dal giorno in cui dalle urne è uscito il risultato a sorpresa per il nuovo inquilino della Casa Bianca sembra essere in preda a una fiducia sfrenata.

Pensare che nella notte immediatamente successiva al successo di Trump i mercati finanziari in tutto il mondo apparivano del tutto disorientati e i fondi avevano premiato i tradizionali beni rifugio: l’oro, i titoli di Stato tedeschi o americani, il franco svizzero… Passata la notte, i mercati hanno completamente cambiato umore, dando fiducia al neoeletto presidente e alle sue promesse in politica economica. Da allora il dollaro ha continuato a correre, Wall Street ha guadagnato quasi il 10 per cento, mentre i titoli di Stato Usa hanno perso terreno con un conseguente rialzo dei tassi (come sempre titoli di stato e tassi d’interesse hanno un movimento opposto…).

I perché della luna di miele

Come mai questa “luna di miele” – o forse illusione – che non sembra avere fine? Non c’è dubbio che la politica economica promessa da Trump sia di carattere dichiaratamente espansivo: il suo slogan”America first” – l’America prima di tutto – si traduce in una strategia che punta a creare posti di lavoro all’interno e a sostenere in tutti i modi l’economia. La ripresa era già partita sotto la presidenza di Obama, che aveva guidato gli Stati Uniti fuori dalle secche di una delle più gravi crisi della sua storia. Ma per Trump non è sufficiente e, soprattutto, deve produrre un più alto livello di occupazione. In neanche una settimana ha già rinunciato al trattato di libero scambio del Pacifico e ha annunciato che rinegozierà quello con Messico e Canada, tutti responsabili di “esportare” posti di lavoro, favorendo la produzione nel Messico a più basso costo del lavoro anche delle merci che poi saranno vendute sul mercato americano.

L’industria automobilistica ha immediatamente risposto all’appello di Trump: Ford ha abbandonato l’investimento emssicano a favore dei suoi impianti in Michigan, Fca (la Fiat, insomma) ha annunciato un investimento da un miliardo di dollari in impianti Usa e Toyota ha riconfermato per altri dieci anni un nuovo investimento da dieci miliardi. Amazon ci ha messo del suo con la promessa di nuove assunzioni sul mercato interno. Insomma, per evitare contromisure commerciali, o forse anche per evitare “ritorsioni”, le imprese hanno dato fiducia alla nuova linea.

Una politica espansiva

D’altra parte la spinta promessa dal neopresidente è tutta nel senso dell’espansione: il colpo di freno alla globalizzazione e al libero commercio sul fronte internazionale si accompagna con un forte impulso nel segno della deregulation e della liberalizzazione sul fronte interno, a partire dai petroliferi e dal comparto finanziario. Allo stesso tempo si è impegnato in una forte riduzione delle imposte per i più ricchi e per le aziende, un’altra manovra che dovrebbe far circolare denaro e domanda nell’economia. Come se non bastasse, nelle promesse c’è anche un piano “keynesiano” da mille miliardi di investimenti pubblici-privati nelle infrastrutture.

Tutte misure che insistono sula stessa strategia, senza curarsi troppo di quelle che potranno essere le conseguenze, a partire dai rischi di guerre commerciali e di spinte protezionistiche sul fronte internazionale e di un incremento incontrollato del debito interno. Insomma, per il momento i mercati vedono la parte luccicante delle promesse. Così, per esempio, il mercato azionario si concentra sulla riforma fiscale che prefigura un taglio dell’imposta sugli utili delle società dal 35 al 15%, una misura che avrebbe l’effetto immediato di fari risalire gli utili delle aziende. Dal momento che il metodo più tradizionale per calcolare il valore di un titolo è quello di rapportare il prezzo con gli utili che la società potrebbe realizzare, nel passato ma, soprattutto, nel futuro, è chiaro che se le aspettative sugli utili aumentano, anche la quotazione sale di conseguenza.

La spinta è stata ovviamente più forte su quei settori che potrebbero essere privilegiati dalle scelte strategiche di Trump, come i finanziari, favoriti da un’ondata di deregulation dopo la stretta di Obama, gli energetici basati sul fossile (leggi i titoli legati al petrolio) che godranno di un ritorno degli investimenti pubblici e di nuove liberalizzazioni, e i titoli delle armi e della difesa, uno dei settori su cui Trump punta di più in chiave di investimenti sulla sicurezza. Non è un caso che il Pentagono sia l’unico ministero cui non sono stati congelati gli aumenti di bilancio. Ma anche il comparto sanitario privato ha guadagnato sull’onda delle attese di cancellazione dell’Obamacare e quindi di ritorno della sanità privata.

Le incognite

Per contro c’è da dire che Wall Street appare già su livelli sopravvalutati: negli ultimi cinque anni il rapporto tra prezzi di Borsa e utili attesi è stato pari a 15,4 volte, oggi è superiore alle 17 volte, mentre la capitalizzazione dei 500 titoli dell’indice S&P500 è pari a più del doppio dei loro ricavi, mentre prima della grande ripresa dell’indice era di poco superiore al monte ricavi stesso. Un’ulteriore incognita è rappresentata dal superdollaro, il livello di quotazione della valuta americana, arrivata ormai non molto distante dalla parità con l’euro: un cambio forte ha l’effetto di tagliare le gambe all’esportazione del Paese e per le aziende Usa l’export vale circa un terzo del fatturato totale. E quindi il superdollaro rappresenta una spada di Damocle per il sistema industriale americano.

Insomma, la fiducia dei mercati è elevata, forse fin troppo: il rischio di surriscaldamento delle quotazioni è reale, mentre rimane l’incognita dell’effettiva realizzazione delle promesse del neopresidente. Anche in questo caso il rischio di contraccolpi pesanti per lo scacchiere economico internazionale appare concreto. E, come sottolinea qualcuno, un’America grande in un mondo più diviso e meno connesso rischia di essere inutile.